



A prescindere da quello che si può pensare, anche dal titolo che appare polemico, io NON condanno il signor Moccia. Non ne vedo il motivo. Ha scritto e scrive un certo tipo di romanzi per un certo tipo target (storie d'amore frivole per ragazze/i altrettanto frivole/i) , cosa che dovrebbe valere per ogni scrittore. Chi scrive fantasy, sceglie una fetta di pubblico; chi scrive thriller, ne attira un'altra; chi scrive un thriller-fantastico, magari riesce ad abbordare entrambe le categorie di lettori. In ogni caso, tutti i libri (come i film) sono destinati ad un gruppo preciso di persone. Raramente vengono realizzati prodotti (libro/film) universalmente adatti, perché evidentemente in essi si intrecciano più generi o presentano molteplici chiavi di lettura. La vita è bella di Benigni,tanto per citarne uno, può essere interpretato come una denuncia agli orrori della Shoah, oppure si può cogliere solo l'aspetto più superficiale, ma non per questo indegno, del valore della famiglia. La fattoria degli animali di Orwell lo si può leggere tenendo conto di tutte le allegorie e i riferimenti storico-politici, oppure prendendolo come una favoletta su maiali, asini e cani. Non c'è un' interpretazione giusta e una sbagliata. Un' interpretazione, in quanto tale, è sempre angolare, sempre dipendente dalla prospettiva.
Gli scritti di Moccia, come ho già detto, non sono assoluti (e per assoluti, intendo con un target molto ampio, quasi globale). I libri e i conseguenti film Tre metri sopra al cielo, Ho voglia di te, Scusa ma ti chiamo amore e il recente Amore 14 hanno un'interpretazione univoca e unilaterale. Non c'è dell' altro, oltre al racconto in sè per sè. Non c'è un contenuto latente, una metafora, un'idea, tanto meno una lezione morale. Ma questo è davvero un problema? I libri sono innanzittutto intrattenimento. Leggo perché mi diverte, per passatempo, per distrarmi. Certo, ci sono svariati modi per intrattenersi con la lettura, ma nessuno di essi può essere messo alla gogna solo perché magari non è " intellettualmente accettato". Non c'è nulla di male a trascorre un paio di ore di relax leggendosi una romanzata disimpegnata. Anche i noti romanzi della casa editrice Harmony sono racconti frivoli, ma nessuno ha tirato in ballo un "caso sociale" solo perché qualche quarantenne prima di andare a dormire o quando va dal parrucchiere, si intrattiene con narrativa spicciola. Perché, invece, per Moccia si è alzato tutto questo inutile polverone? Vi propongono il confronto tra la trama di 3MSC e quella di un qualunque Harmony (ne ho preso uno a caso).
Due giovani adolescenti appartenenti a due mondi diversi, lei ottima studentessa, lui violento e picchiatore, l'innamoramento e la loro trasformazione, lei che sembra irriconoscibile agli occhi dei genitori, lui che rivela, sotto l'apparenza del superduro, un dramma irrisolto che getta un'ombra sulla sua famiglia. Sullo sfondo la noia, la fatica, la banalità del quotidiano si intrecciano ai silenzi di famiglie infelici, alla vita di gruppo dei giovani, alle moto, alle sfide.
- Fonte: Feltrinelli-
Cosa succede in ufficio quando il capo è tutto d'un pezzo e la segretaria infrange ogni regola?Al multimilionario Grey Barlow basta una sola occhiata per capire che Sophia Gable è tutto fuorché una persona convenzionale. Con il suo aspetto effervescente e una visione della vita ancora più frizzante, promette di essere un'assistente fuori dall'ordinario e da ogni regola.Sophia è l'esatto opposto del suo nuovo capo, lavoratore instancabile e rigoroso, e continua a chiedersi come mai Grey abbia voluto proprio lei al suo fianco. L'idea di lavorare con un tale genio degli affari la spaventa non poco e non è sicura di essere all'altezza del compito. Il problema vero, però, sarà evitare di innamorarsi di lui!
-Fonte: Harmony-
Ora c'è differenza tra queste due tipologie di romanzi? No. E allora cosa li rende diversi? La presentazione. Se cercate su Google il sito dell'Harmony, la descrizione è eloquente: "La Harlequin Mondadori SpA presenta la sua produzione di romanzi di intrattenimento destinati a un pubblico in prevalenza femminile". Una tipologia (d'intrattenimento) e un target (pubblico femminile) espressi in modo chiaro. Se mi piace il genere, li compro, altrimenti giro la testa altrove. Ma gli editori di Moccia (perché non è "colpa" dello scrittore, sono piani di promozione attuati dalla casa editrice) lo hanno presentato come una sorte di Cenerentolo moderno, accrescendo l'aura attorno a quest'uomo, senza alcuna valida ragione (sempre che ci sia un motivo valido per incensare qualcuno, chicchessia, fosse pure Umberto Eco). Ecco cosa leggiamo su Tre metri sopra al cielo:
E' il 1992.
Federico Moccia decide di raccontare una storia. Un vero e proprio viaggio attraverso la quotidinaità [quotidianità - manco rileggono le presentazioni n.d.a.] dei ragazzi di quegli anni, tra corse in moto e feste, tra speranze ed amori, amicizie e delusioni. La presenta poi a vari editori, grandi e piccoli. Molti non rispondono, altri dicono che "non rientra nelle linee editoriali". Ma l'autore ci crede.
Ama quella storia e vuole condividerla. Sceglie quindi di pubblicarla a sue spese. 3000 copie presso l'editore Ventaglio, che in breve vanno a ruba. Babi e Step diventano punti di riferimento, a cui molti giovani, per analogia o differenza, sentono di potersi rapportare.
E non solo loro: genitori ed insegnanti cominciano ad interessarsi ed a leggere quel libro, protetto come un oggetto prezioso da figli e studenti.-Fonte: Sito ufficiale-
Ci sarebbero centouno cose da obiettare, ma mi limito ad alcuni punti:
E ancora:
"Tre metri sopra il cielo" è considerato un testo di riferimento, non solo per i più giovani. Rappresenta la dimensione ideale e lontana da tutto e tutti. La libertà di un amore. Un traguardo sognato da quaggiù, dai due mondi cui appartengono i protagonisti, Step e Babi, lui tutto moto, violenza e palestra, lei studentessa modello, attenta alla moda, entrambi circondati da diverse famiglie, compagnie ed abitudini. Nonostante le differenze, il legame che i crea tra loro è molto forte, immerso in un universo vestito dei colori che amerebbe usare Paolo Crepet.
-Fonte: Sito ufficiale-
Paolo Crepet (qui una breve biografia) è uno psichiatra, che ha scritto uno scafandro di libri sul rapporto tra giovani e società e pappardelle di questo tipo. È palese dove vuole andare a parare questo riferimento: indicizzare narrativa di puro e solo intrattenimento come una perla sociologica, quando -e non sono io a dirlo, ma credo che lo sappiano tutti- quel racconto è assolutamente utopico. Non corrisponde affatto alla realtà dei giovani. Ed è per questo, secondo me, che ha venduto tanto: da sempre la letturatura cerca di trasportarci in un mondo lontano dalla nostra quotidianità; ma questo romanzo viene presentato come specchio della gioventù. Non è così, per niente.
Non voglio nemmeno addentrarmi in considerazioni su Scusa ma ti chiamo amore, che sono dissertazioni già trite e ritrite sulla storia d'amore tra il quarantenne e la ragazzina. Non credo affatto che si possa restare talmente influenzati da un blocco di pagine stampate da convincersi che un'adolescente cerchi una relazione stabile da un uomo. Al massimo elemosina un posto di lavoro fisso, visto che siamo destinati, come generazione, al precariato, ma questo non c'entra niente con le fantasie di Moccia.
Tutto questo per controbattere gli accaniti nemici di questo scrittore, che hanno in casa la sua foto come bersaglio per le freccette. Chi forma degli hate club per dimostrare quanto non lo si tolleri, non fa altro che amplificare la sua voce, trasformandolo sempre più in un fenomeno di massa, quando non c'è davvero nulla di speciale (in positivo o in negativo) da evidenziare. Non mi piace? Benissimo, ignoro, non lo lego ad un palo, mentre gli gironzolo intorno eseguendo danze tribali. Quando andrò in libreria, eviterò quello scaffale. Semplicemente. Come disse il Sommo: "non ti curar di loro, ma guarda e passa." Se proprio mi fa ribrezzo, non lo guardo nemmeno, mi metto i paraocchi. Ma tutto questo "blabla" continuo contro la sua persona equivale a mettere paglia sul fuoco. È stato pubblicato da un colosso come la Feltrinelli e questo fa rodere il fegato un po' a tutti, considerando le delizie che passano inosservate sotto il nome di editori semisconosciuti. Lo so che a volte è difficile raggiungere l'atarassia su certe cose, però è il modo migliore per impedire che dilaghi.
Io stessa con questo post ne sto parlando, quindi aggiungo la mia piccola manciata di paglia (mi batterò in petto più tardi), ma solo per ribadire la tesi del titolo: è uno scrittore sulla scia degli Harmony, senza offese. Scrive un genere che non amo leggere. Che male c'è a scrivere str***ate per far divertire la gente?

Se dovessi dare un nome a quest'epoca, la chiamerei "Era del Possibile". Tutti "possiamo", tutti abbiamo i mezzi, le capacità per fare qualsiasi cosa. Questa è la tappa ultima di un processo che ha via via deteriorato i limiti e accorciato le distanze fra noi e ciò che fino a poco tempo fa chiamavamo Impossibile. In parte, questo è dovuto al cosiddetto progresso. Dieci anni fa era impensabile che si potesse scattare una foto con un cellulare e inviarla allo zio in Perù. Era impossibile. Avevamo dei limiti e qualcosa è stato fatto per diminuirli. Ma quello che mi chiedo io è se sia sbagliato avere dei limiti. Ormai è tutto così raggiungibile che davvero si arriva a convincersi che volere è sufficiente per potere. Con questa nuova mentalità si sono create e sviluppate le nuove generazioni di pseudo-artisti.
Perché dico questo? E' molto semplice: vent'anni fa se Pinco Pallino voleva diventare violinista, comprava un violino, andava a lezione di musica e si iscriveva al Conservatorio. Otto-dieci anni di studio e ne usciva diplomato e professionista. Così come se avesse voluto fare l'attore, il ballerino, il cantante. Le Accademie erano le uniche fabbriche di artisti, temprati e capaci, con un bagaglio culturale invidiabile. Ovviamente, sono luoghi elitari in cui bisogna avere tutti i requisiti al loro posto per potervi accedere. Sono selettive, separano il grano dalla crusca.
Oggi non serve. Oggi per diventare un "artista" basta andare a Cinecittà, fare un ridicolo provino e si diventa automaticamente artisti. Sto parlando dell'emerita porcheria (e come la vuoi chiamare?) che appesta la televisione. Amici di Maria de Filippi. E' uno dei programmi più deleteri che siano mai stati prodotti, pensati, sognati dal genere umano. E non sto esagerando. La signora de Filippi è autrice di altre porcate (in)degne di nota. Non le elenco, le sapete. Ma quelle non si elevano a programma culturale, non si proclamano Scuola d'Arte. Sono talk-show bigotti per gente bigotta. Si sa, è palese. Quando il telespettatore pigia il tasto sul telecomando alle 3 di pomeriggio, sa di vedere una schifezza e che probabilmente potrebbe fare qualcosa di più utile per la società, ma è contento così. Qui ci vuole un detto molfettese, che è significativo: addò ste gust, nen ste perdenz. (Dove c'è piacere, non c'è una perdita). Ovvero contento/a lui/lei, di farsi maciullare il cervello -perché è innegabile che si diventi rintronanti , contenti tutti.
MA, quando lo spettatore si sintonizza su Amici, sa di vedere arte. Ovvero CREDE. Lo spettattore medio non è consapevole che l'arte è più facile trovarla nelle piastrelle del bagno piuttosto che in quel programma. Amici denigra l'arte rendendola uno straccio per pavimenti: non devi essere esperto per usarla, basta sapersi mettere a 90° e muoversi per terra. Alle selezioni vanno cani e porci e vengono presi cani e porci. Non c'è alcuna serietà nel valutare i candidati.
Se io vedessi arrivare una ragazza di 25-26 anni, grassa, bassa, con le caviglie gonfie e le gambe storte che si propone niente meno come ballerina, io le indico la porta. Non è discriminazione, non è cattiveria. E' buon senso. A 26 anni devi mettere su famiglia, trovarti un marito e fare figli. Che ti metti in testa di fare la ballerina, quando una ballerina di norma inizia la carriera a 18 anni? Sei 8 anni indietro, quel treno è passato, fattene una ragione. Nessuno vuole ballerine vecchie, anche se bravissime. Stesso discorso per le caratteristiche fisiche. Un ballerino è una scultura marmorea. E' l'emblema della fisicità sublime, dell'equilibrio cosciente. Chi non è in grado di essere in normopeso (ed un concetto che va ridefinito se si parla di danza), non ha cura di se stesso, è trasandato, non c'è consapevolezza del proprio corpo. E questa è la base della danza, senza cui non si va avanti. Se poi è un problema all'origine, non c'è rimedio, per cui o attende un miracolo o smette di prendersi in giro. Il fisico è importante e chi dice che conta solo stile, le emozioni, vi sta letteralmente pigliando per il cul*. Vi vuole persuadere che chiunque sia all'altezza. E' mercificazione dell'arte.
Stesso discorso potrei fare per la musica e per il teatro. Come si può solo pensare che una persona priva di talento possa fare il cantante? Questo vuol dire gettare nel gabinetto tutto il glorioso passato dei grandi interpreti e dei veri colossi della musica e tirare lo scarico, con il sorriso in faccia. Se non hai una buona voce, non puoi cantare, al massimo puoi fare il centralinista. Se rappi, non canti, stai facendo i gargarismi col colluttorio. Se fai solo gorgheggi, sei pietoso, perché non c'è nulla di sensazionale né di utiile nel fare versi tra una strofa e un'altra. Se non sai l'abc della teoria musicale, non puoi accusare gli auricolari perché "non sentivi, il volume era troppo basso". Non c'è giustificazione per le proprie lacune. Alcune si possono colmare (apri un Pozzuoli con il metronomo nelle orecchie e ti metti a solfeggiare), altre no. Se mancano gli elementi basilari, non si può pretendere niente. Forse canteranno alla sagra del cotechino, ma anche lì ho i miei dubbi.
Questi pseudo-attori recitano come nella peggiore telenovela di Rete 4. Non si forzano di perdere l'accento regionale, anzi lo marcano maggiormente, perché il romano è coatto e il coatto fa ridere, diverte. E rende fighi. Ma voglio vedere come fa mr Colosseo a recitare l'Amleto: *Esere o nun esere, questo è il problema*. Non hanno le basi della dizione spicciola, aprono le vocali indistintamente, come fossero le fineste di casa. Hanno la mimica di un cantante neomelodico, con questi movimenti struggenti ma copiati dalle soap. Un bravo attore è consapevole che la propria interprezione verrà colta come finta. Il teatro non si vuole specchiare nella realtà, la reinterpreta in modo seducente, ma credibile. Nella sua performance è così convincente, che per un attimo la finzione si sovrappone alla realtà e il pubblico resta stupito. Un pessimo attore pretende di essere realistico e di imitare la realtà così come è. E i risultati si vedono. Eppure tutto ciò non ha importanza, perché la loro grande aspirazione è recitare in "Vento di passione" o "Natale nello Zimbawe".
E poi c'è tanta di quella ignoranza tra i ragazzi da far accapponare la pelle. Io non posso pensare che un a - b - c (a=attore, b=ballerino, c=cantante) che si professi tale non abbia la minima cultura artistica. Per lo meno nel suo settore deve essere preparato. L'arte si forma sulle scrivanie, nelle biblioteche, sui libri, nei musei, in primis. Solo successivamente si passa alla pratica e si tasta con mano quel mondo. Ma se non lo si conosce, è fatica sprecata. Se non imparo i nomi dei passi e non li so associare,posso scordarmi di partecipare a stage seri, dove nessuno ripete un concetto scontato. Se vado a vedere l'Aida e non ho nemmeno guardato la copertina del libretto, passerò tre ore di noia, applaudendo per inerzia. Se mi imbatto(?) in una discussione sul "siglo de Oro" e mi chiedono un parere, la cosa migliore che posso dire è che l'oro giallo non va più di moda. Perfino i buffoni di corte possedevano una cultura, foss'anche minima. Viviamo una regressione indicibile.
Il peggio è che tutti si atteggiano a critici d'arte. La signora che in vita sua ha fatto solo le conserve della salsa e i centrotavola all'uncinetto non può prendere parola e commentare una performance artistica. E' come se io esponessi il mio parere sui quanti alla NASA, ovvero: e chissene? Il parere del pubblico è valido solo se si parla di "mi è piaciuto/non mi è piaciuto". Ma quando si permettono di esprimere giudizi tecnici, mi fanno ridere. Che ne sa la massaia delle ottave? Che ne sa dell'ecarté? Che ne sa della consuntività? Niente, perché sono termini che lo spettatore medio non conosce ed è normale che sia così, ad ognuno il suo mestiere. Io non andrò mai da un meccanico a dire che secondo me non funziona l'albero motore, perché ho conoscenza di meccanica che si basano sulla scuola guida. E perché invece il pubblico televisivo si permette di formulare certi giudizi e polemizzare contro i maestri (perché professori, a casa mia, si diventa con una laurea) ?
Chiariamo: anche gli insegnanti sono uno peggio dell'altro. Garrison in prima linea, con La Chance e Astolfi (che fino all'anno scorso condannava questo programma. I soldi cambiano le opinioni... ), perché il loro successo non è dato da una effettiva bravura, ma da conoscenza varie. Non sanno insegnare e lo dico con sicurezza perché ho partecipato di persona alle lezioni di Astolfi e non ti lascia nulla a fine lezione. Loro sono coreografi, non maestri, ma nemmeno in questo sono eccelsi. Guardate le coreografie di La Chance: sono trasandate, abbandonate a se stesse, i movimenti non sono curati e qualora fosse solo un problema degli allievi che le eseguono, dimostrebbe la sua inettitudine a non accorgersi di errori così banali che si vedono ad occhio nudo. Se,invece, questo è il suo "stile", bella porcheria. Farcisce le coreografie di prese (sempre contorte) per far scena, per stupire, stile barocco, ma se le togli vedi solo scimmie in calore. Sugli insegnanti di canto e recitazioni non emetto sentenze, ma visti i risultati degli allievi, ho i miei sospetti.
In conclusione è un programma spazzatura, per ragazzi illusi che pensano di vivere un roseo futuro, diventare ricchi e famosi, per un pubblico ignorante che crede negli illusi, per Mediaset che grazie ad entrambi fa ascolti da capogiro. E ricopre l'arte di crusca...
Nazione:Italia
Genere: Drammatico
Data di uscita in Italia: 30/03/2007
Cast : Raz Degan, Luna Bendandi
Regia: Ermanno OlmiSinossi: Un professore di filosofia delle religioni compie un gesto di rottura: inchioda al pavimento i libri della biblioteca di Bologna. Si libera di tutti i suoi averi e si rifugia in un paesino sulle rive del Po. Lì si riappropria del valore dei rapporti umani.
Tutti i libri del mondo non valgono un caffé con un amico...
Trailer
(Premessa: mi sono lasciata un po' prendere la mano nella recensione. Spero comunque di essere rimasta critica.)
Potente, ma umile quest'ultimo lavoro di Olmi. La forza, se non la ferocia, del contenuto, dei temi espressi in una forma semplice, modesta. Niente segni sui muri, niente violenza, nessuna invettiva volgare, ma solo il percorso spirituale di un uomo, che si riscopre dopo aver abbandonato il suo ruolo sociale. Quello status quo, accettabile solo finché si è disposti ai compromessi, agli agi, finché si è ancora capaci di mentire a se stessi. Un'innocente blasfemia, talmente pura e "nuda" da seminare prima il dubbio e poi il terrore in coloro che sentono bruciarsi le orecchie e quelle convinzioni/convenzioni imposte a proiri si trasformano in un'unica massa gassosa. Fumo denso, che si sposta con un soffio, pur lasciando l'odore acre della sua presenza. Come gli scritti del protagonista, professore di filosofia delle religioni, gettati nel fuoco ( la sua catarsi, la purificazione attesa ) che ardono nel camino dismesso della casupola sulle rive del Po, il suo rifugio, il suo nuovo punto di partenza.
Le religioni non hanno mai salvato il mondo, questo il messaggio della locandina, ma va interpretato a più ampio respiro. Non è un attacco alla fede, all'abbandono incondizionato alla divinità, ma la rinuncia ai dogmi e alle prigioni grazie alle quali la cultura occidentale ci tiene in gabbia da secoli. Infatti sono proprio i preziosi volumi della biblioteca dell'università bolognese le prime vittime, inchiodati al pavimento (da qui il titolo del film), in una sorta di contrappasso, di vendetta. Il gesto di un folle, ma la follia è spesso confusa con la libertà. Per anni aveva insegnato ai suoi allievi l'importanza del sapere, della conoscenza, quella che prende polvere sugli scaffali, quelle pagine che ingalliscono col tempo, ma le cui parole risuonano con la stessa intensità. Ma questo lo aveva inevitabilmente portato a dimenticare il vero fulcro della vita: l'uomo, nella sua dimensione più terrena, più fragile, più misera. Ed è grazie al contatto con i paesani che riscopre il valore delle persone, quanto incida nel nostro percorso l'affetto ed il calore di coloro che ci sono accanto, rispetto alla fredda ruvidezza dei libri. Loro gli donano la spontaneità della propria vita, i piccoli divertimenti della loro comunità. Lui racconta le parobole del Vangelo, contestualizzandole alle loro micro-realtà. Magari sono persone ignoranti, gente semplice che si esprime solo in dialetto emiliano e si sente piccola dinanzi al suo linguaggio forbito. Ma non è forse vero che Gesù scelse dei pescatori come discepoli? Non si avvalse di uomini di lettere, ma di gente disposta a seguirlo. E' come affermare che noi non abbiamo bisogno di Dio, ma è Dio ad aver bisogno di noi.
Raz Degan interpreta magistralmente il ruolo del "Messia" (aiutato dall'impressionante somiglianza con l'immagine comune di Cristo) e sono straordinari anche i due dialoghi antitetici con il monsignore e con il commissario di polizia. Il primo intollerante ed intransigente nei confronti del professore che vorrebbe far crollare le sue barriere, farlo uscire da quella biblioteca. Missione che fallisce con questi, ma che invece s'insinua nella mente del secondo interlocutore (Ponzio Pilato?) , che appare spiazzato dalla malinconia e dall'angoscia con cui l'indagato ammette la vacuità della propria esistenza.
E il finale sfumato, sfocato, implicito lascia una serie di interrogativi, ma più di tutti: e se si fosse trattato davvero del ritorno del Messia? E se Dio avesse gettato il suo sguardo sul mondo e si fosse pentito del risultato? E magari chiede ancora una volta ad un uomo di aprire gli occhi dei suoi simili, di spostare lo sguardo più in basso, verso la terra, verso di loro, per accorgersi che quella è solo « una vita fatta di carta ».
Capolavoro.
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Voto medio: 9,5 |
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Nazione:Usa
Genere: Fantasy
Data di uscita in Italia: 12 Dicembre 2008
Cast : Bill Murray, Tim Robbins, Saoirse Ronan,Martin Landau, Mackenzie Crook, Toby Jones, Mary Kay Place, Marianne Jean-Baptiste,B.J. Hogg
Regia: Gil Kenan
Sinossi: Il genere umano ha un'unica possibilità di salvezza: rifugiarsi nel sottosuolo. Gli uomini sono costretti a vivere segregati e la loro unica fonte di luce è un generatore programmato per durare ben 200 anni. Ma arriva il momento in cui l'energia si esaurisce e bisogna fuggire ...
Trailer
Ember: che caspio di nome è? Partendo dal presupposto che in inglese "Amber" significa "ambra", è come se avessero fatto un film italiano di nome "Embra". Un nome che non significa assolutamente niente. Potevano dargli un nome coerente, visto che nei fantasy (è così che si professa, ma io lo chiamo fantastico) in genere i nomi dei villaggi e delle contee hanno un significaro preciso. Ma questa è una sottigliezza dettata da un mio gusto onomastico , il bello viene dopo.
Il mistero: quale mistero? Che mistero? Dove sta il mistero? Lo spettatore già sa tutto, non deve scoprire proprio niente. Al limite il mistero è dei cittadini di Ember (emberiani?) che, poverelli, non sanno che c'è un mondo là fuori. Ma a questo punto lo chiamerei "imbroglio", ma secondo me gli emereti ebeti sono loro che non hanno mai avuto il guizzo di scoprire che c'era oltre la città.
Città di luce: oh, che bell'ossimoro. Ember è nel sottosuolo, l'unica fonte di luce è un generatore di corrente e loro la chiamano la città della luce. Non so se è sarcasmo o davvero credono sia possibile. E' come se d'improvviso inizia a piovere e tutti aprono gli ombrelli e per questo la città diventa: la città degli ombrelli. E' una necessità, non una peculiarità del villaggio stesso. Dovevano pur avere un modo per non scontrarsi l'un l'altro come talpe. Ma da qui a chiamarla la città di luce ne corre.
E questo solo leggendo il titolo. Ma gustiamoci l'intreccio.
La trama è tratta dal romanzo di Jeanne DuPrau "The Books of Ember", che Caroline Thompson ha traslato in una sceneggiatura. Allora, l'umanità è in pericolo. Non si sa perché, non è dato saperlo, è così e basta. Non si può vivere in superficie e bisogna rifugiarsi nei sottorranei. Bella trovata, davvero. Così danno alle future generazioni un generatore che riesce a durare per 200 anni. Calma. Chi e come è riuscito a realizzare una cosa simile? Se esistesse, l'umanità non avrebbe problemi di energia non rinnovabile. Addio rincaro petrolio. La chicca è che per contare quanti anni mancano gli hanno dato un timer. Sì, altro che "Prova del Cuoco". Questo oggetto, "la scatola" come viene chiamato nel film, passa di sindaco in sindaco, ma argh! Viene per un motivo a noi ignoto lasciato nel dimenticatoio. Non so se ho reso l'idea: l'oggetto più importante della città, da cui dipende la loro vita, viene considerato un futile gingillo e lasciato a marcire nello sgabuzzino. Fortuna che la ragazzina, tale Lina, s'imbatte nella scatola e innesta gli ingranaggi della storia, che altro non è che un "finale di Titanic": l'apocalisse è inevitabile, possiamo solo salvarci la pellaccia.
Da segnalare ancora delle incoerenze palesi sulla città e il suo sviluppo socio-econimo e culturale.
Queste sono solo alcune delle cose che ho notato, ma forse c'è anche dell'altro.
In conclusione, film pessimo, privo di trama coinvolgente, di personaggi degni di nota ( due ragazzetti e il sindaco "cattivo" non fanno una gran bella figura). Sconsigliato, almeno da me.
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Voto medio: 5 |
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Nazione:Usa
Genere: Commedia
Data di uscita in Italia: 9 Gennaio 2009
Cast : Jim Carrey, Bradley Cooper, Danny Masterson, Terence Stamp, Zooey Deschanel
Regia: Peyton Reed
Trailer
Orbene. Inizio questa mia follia di blog con una follia di film: Yes Man, l'uomo "sì", che accetta tutto ciò che la vita gli offre, anche la moglie persiana sposata sul web, anche il corso di coreano, anche le feste a tema, tendenzialmente nerd. Tutto ciò che nella vita non hai mai fatto, perché non ne ha mai avuto il coraggio. Ovviamente la faccenda diventa assai roccambolesca: oramai non è più in grado di valutare con coscienza, di decidere autonomamente. Non sa più cosa vuole davvero. Allora ne esce la morale: bisogna esser predisposti a tutto, ma saper discernere ciò che fa per noi. L' occhio critico, ma con una sana gioia di vivere. Al di là del film, che rispetta i canoni dei Carrey Movies, esasperati, inverosimili, bizzarri che più non si può, semi-demenziali, la cosa che mi "preoccupa" è appunto la carriera di Jim (siamo amici u.ù). Non ha mai sfornato interpretazioni degne. Lui è attore-personaggio, visto che ormai si è cucito addosso lo sfigato cronico, non riesce proprio ad uscire da questo circolo vizioso di film comici di livello medio basso. L'unico tentativo fatto è Number 23 ( che poi recensirò, è troppo spettacolare <-- ironia) che è stato un vero fallimento. Quindi non so se augurargli di riuscire a migliorare come attore drammatico o di continuare così, perché a quanto pare è quello che gli riesce meglio. Complessivamente, comunque, il film è piacevole, divertente (non troppo), se non altro per la vecchia vicina, che dà il meglio di sè con le sue prestazioni sessuali!
Voto medio: 7,5 |
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